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Se la cucina è in Svizzera e il bagno in Italia, dov'è la nostra identità?
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Il rifugio del Cervino e i confini che si spostano: fuori di noi e dentro di noi.
Con lo sciogliersi dei ghiacciai, i confini si spostano: è di pochi giorni fa la  notizia che un rifugio italiano sul Cervino, a 3480 metri, è stato “tagliato in due” dalla nuova linea di cresta che nel frattempo è emersa:  il rifugio ora è per buona parte in Svizzera. Da questa vicenda, che ricorda un vecchio film di Totò e Fernandel, derivano svariate conseguenze. La più lampante: i proprietari non riescono ad avviare la prevista ristrutturazione perché la regolazione elvetica in materia è diversa da quella nostrana. Anche cambiare un infisso diventa così una delicata questione politica. Per rifare il bagno ci vorrà una schiera di diplomatici.E questa è solo la punta dell’iceberg - per restare in tema di ghiacci - di qualcosa che va a toccare la nostra identità più profonda: chi siamo, a chi apparteniamo, in un pianeta che è sempre più “liquido” , in senso metaforico (vedi il digitale) e anche in senso reale? Da dove possiamo ricavare oggi un senso di solidità se neanche le montagne sono più affidabili come un tempo?Nel film del 1958, “La legge è legge”, Fernandel, che interpreta un doganiere francese nato nella cucina di un albergo sul confine Italia-Francia, vede a un certo punto messa in dubbio la sua nazionalità con conseguenze potenzialmente tragicomiche. Se, come pare, la cucina risultasse essere in Italia anziché in Francia, lui di colpo diventerebbe insieme italiano e bigamo: il suo divorzio dalla prima moglie non risulterebbe infatti valido in un Paese in cui divorziare ancora non è lecito.Non solo, se risultasse italiano anziché francese, avendo lui combattuto in guerra con i francesi, per l’esercito nostrano sarebbe un disertore.Bigamia più diserzione uguale galera assicurata.Fortunatamente per il nostro personaggio, le cose si sistemano e si arriva all’happy end.E che cosa sarà invece di noi e del Cervino oggi che i confini diventano sempre più mobili?Come cambierà il nostro modo di pensare, di sentire, di vivere, di darci dei principi, se i confini – anche quelli geografici – perdono la loro rassicurante certezza? Che ne sarà della geografia della nostra anima? Per ora, della faccenda del rifugio italo-svizzero, si occuperà una “commissione paritetica”. Per il resto vedremo. 
L'elastico | 23.04.2018
L'elastico
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Un'azzeccata e poetica metafora delle relazioni umane.
Ci sono persone che sono
legate da un elastico
e non lo sanno.
A un certo punto prendono e partono,
ognuna per la sua strada,
ognuna per i fatti suoi,
e l'elastico le lascia fare,
le asseconda, al punto che
di quell'elastico alla fine quasi
ci si dimentica. Poi però,
arriva il momento estremo,
quello al limite dello strappo,
e l'elastico reagisce, non si spezza,
anzi, piuttosto, con un colpo solo,
violentissimo, le fa ritrovare di nuovo
faccia a faccia.
(Simona Sparaco)
La lezione di J. K. Rowling: «Anche fallire ci rende liberi»
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La scrittrice ai neolaureati di Harward: «Tutto andava storto, smisi di illudermi». Di Emanuele Trevi
Come parlare a un pubblico di persone molto giovani, in un giorno importante della loro vita? In che senso l’esperienza accumulata, l’eventuale successo, il disincanto di chi invecchia possono risultare utili a chi ha ancora i piedi sulla linea di partenza, e non ha, non può avere la minima idea di come andranno le cose? La tradizione dei discorsi ai laureati nei campus americani è molto istruttiva anche per chi vive in un Paese come il nostro, dove il giorno della laurea è indubbiamente meno solenne e spettacolare, e un pranzo in famiglia sostituisce lunghi riti ed elaborate cerimonie. È dunque da salutare come un’ottima idea la traduzione italiana del discorso tenuto ai neo-laureati di Harvard da J. K. Rowling.   Gesti pedagogici efficaci Mai come in questi tempi, percepiamo la rarità e la difficoltà dei gesti pedagogici realmente efficaci. È troppo facile mettere questa difficoltà sul solito conto, sempre aperto, della crisi dei valori e degli orizzonti di significato suggeriti da quei valori. Sarebbe come dire che la realtà, nel suo complesso, è diventata la conseguenza di errori talmente irrimediabili che non siamo più capaci di trasmettere dei sentimenti che siano appropriati alla ricchezza, alla violenza, alla fondamentale ambiguità della vita. Di fronte agli argomenti strettamente razionali di una visione tecnocratica, questi sentimenti, bisogna ammettere, sono del tutto inutili. In teoria, un flusso ordinato di informazioni da una generazione all’altra potrebbe prescindere da ogni idea di formazione. È proprio per questo che una tradizione come i discorsi ai laureati può rivelarsi preziosa.         Il paragone con Steve Jobs L’arte oratoria, affrontata con la necessaria autenticità umana, produce scintille di vera poesia. Leggendo il testo della Rowling, viene naturale confrontarlo a una simile occasione perfettamente sfruttata, il celebre discorso ai neolaureati di Stanford pronunciato da Steve Jobs il 12 giugno del 2005. Come figure del mondo adulto che si rivolgono a dei giovani, il padre del Mac e la mamma di Harry Potter hanno dovuto superare una notevolissima difficoltà iniziale. Oltre un certo livello, il successo può azzerare la credibilità umana, minando l’empatia necessaria a esprimere un’emozione reale. Entrambi gli oratori hanno aggirato l’ostacolo che li separava dal loro pubblico percorrendo una strada impervia, ma alla fine efficace.   Lettura obbligatoria Bisognerebbe fare dei loro discorsi una lettura obbligatoria per chiunque si dedichi a un’attività di insegnamento, di educazione. Steve Jobs raggiunse il cuore del suo pubblico quando decise di mettere al centro del suo ragionamento il più impopolare degli argomenti, il meno adeguato a una festa per laureati: la morte, il ruolo della morte in una vita libera e felice. Non meno geniale è la strategia di J. K. Rowling, che ai laureati di Harvard sbatte in faccia un argomento che forse, in quel contesto culturale, è anche peggiore della morte. Il primo dei due argomenti che tratta, infatti, è il fallimento. O meglio, i benefici del fallimento, «fringe benefits» nell’originale, con un’allusione intraducibile ai fondi pensione, come a voler suggerire che proprio lì, nella cosa che spaventa tanto, c’è un’inestimabile riserva di futuro. A soli sette anni dalla laurea, racconta la scrittrice inglese, tutto era andato storto, dal matrimonio alle aspirazioni lavorative. «Non conoscevo nessuno più fallito di me».   Il fallimento Se J. K. Rowling a questo punto avesse suggerito ai suoi giovani ascoltatori che c’è qualcosa di buffo o di romantico in questo tipo di avversità, la sua non sarebbe stata che una mistificazione, una vuota esercitazione retorica. No, non c’è nulla di bello, di per sé, nel fallimento. Il bene non consiste nella cosa, ma nel suo riflesso psicologico. La giovane donna che vedeva inesorabilmente realizzarsi le sue più grandi paure proprio per questo motivo, senza nemmeno volerlo o meritarselo, era diventata un essere umano più libero. Ma da che cosa ci libera la sensazione dolorosa di avere fallito? Questo è il punto più essenziale del ragionamento.   L’illusione «Smisi di illudermi di essere qualcosa che non ero», ricorda la Rowling, con la sua abituale capacità di esprimere cose grandi in poche e semplici parole. Quando le cose non vanno, siamo costretti a rinunciare a quel disordine di possibilità, a tutte quelle molteplici immagini di ciò che potremmo essere che soffocano e tengono prigioniero ciò che veramente siamo. Non siamo noi a fallire, ma i nostri fantasmi. Coniugata alla capacità di immaginazione, la consapevolezza del fallimento diventa, nel racconto della Rowling, la chiave d’accesso all’unica vita che è possibile vivere. È un’idea semplice e memorabile, quella offerta dalla scrittrice agli studenti di Harvard. Essere più vecchi non ci abilita a trasmettere verità. È solo l’esperienza che si può insegnare: a patto di averla vissuta fino in fondo, spremendone il senso fino all’ultima goccia.